Stanley Matthews e le complicate relazioni con i manager

Il grande Stanley Matthews cambiò due volte squadra nel corso della sua lunghissima carriera. La prima volta quando ancora non era stato abolito il tetto salariale, la seconda dopo. Entrambi i trasferimenti furono accelerati da contrasti con gli allenatori, ma nessuno dei due gli portò il minimo beneficio economico.

Il tetto salariale, o maximun wage, era una regola introdotta ad inizio secolo dalla Football League. La paga settimanale massima per ogni calciatore non poteva superare le 15 sterline. Ma questo solo durante la stagione agonistica. In estate i club potevano pagare fino alla metà del compenso. Inoltre, erano proprietari assoluti del cartellino, e potevano tenere fuori rosa un giocatore se ritenuto non più idoneo, o per qualsiasi altra ragione, a meno che non fosse ceduto, sempre che la destinazione fosse gradita al club. Per questo la maggior parte dei calciatori, fino all'inizio degli anni Sessanta, faceva qualsiasi tipo di lavoro pur di arrotondare. 
I calciatori inglesi, soprattutto nel periodo che va dal secondo dopoguerra al 1960, tranne alcune eccezioni, guadagnavano spesso meno di chi andava allo stadio a vederli. Ed era normale che anche i calciatori più forti accettassero di giocare in Second o Third Division, poichè molte società di quelle categorie potevano offrire la stessa paga dei club di First Division, oltre al fatto che potevano vivere vicino casa e dedicarsi con meno affanno il loro secondo lavoro.
Il comportamento in campo di Sir Stanley Matthews era impeccabile. Fuori del rettangolo di gioco non era propriamente un modello. Litigò, infatti, con tre dei cinque allenatori sotto i quali militò a livello di club.
Nel 1947 lasciò lo Stoke City, il club con cui si riteneva avesse un legame indissolubile, per il Blackpool dopo aver sviluppato un'antipatia, ricambiata, per il manager Bob McGrory. Una situazione che arrivò al suo punto di rottuta per una storia di biglietti destinati ad alcuni amici del calciatore. 
Matthews tornò allo Stoke nel 1961, nove mesi dopo l'abolizione del tetto salariale. Questa volta fu una lite di troppo con l'allenatore del Blackpool, Ron Suart, a spingerlo a cambiare squadra, o meglio a tornare al suo vecchio club. Suart voleva che Matthews giocasse come gli veniva detto. Matthews replicò domandandogli se gli altri allenatori con cui aveva giocato, che gli avevano permesso di giocare come voleva, si fossero sbagliati. 
L'unico litigio di Matthews con un allenatore che avesse avuto a che fare con i soldi avvenne proprio alla fine della sua carriera da giocatore, nel 1965. 
Se Matthews accettava il fatto che, come calciatore, poteva sempre rischiare di rimanere al verde, era invece convinto che, essendo una celebrità nazionale, cosa che senza dubbio era, meritasse qualche privilegio.
Questo portò alla brusca fine della sua amicizia con Tony Waddington, l'allenatore che lo aveva riportato allo Stoke City. Waddington confidò a un amico di essere stanco del fatto che "Stanley volesse sempre quel qualcosa in più". Solo con grandissima difficoltà quest'amico dissuase Waddington dal vendere la storia del "vero Stanley Matthews" a un tabloid domenicale.

Nella foto, l'ultima partita di Stanley Matthews, il 6 febbraio 1965 contro il Fulham, cinque giorni dopo il compimento dei suoi 50 anni.